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sabato 28 dicembre 2019

UNA RIFLESSIONE SUGLI AUGURI

A Natale e a Capodanno (come in occasione di altre feste) è oramai diffusa consuetudine scambiarsi gli auguri quale desiderio e/o speranza che le persone a cui li inviamo ricevano del bene e/o siano felici o semplicemente capiscano una personale vicinanza.
L’etimologia della parola auguri richiama la figura sacerdotale dell’antica Roma degli “àugures che avevano il compito di interpretare la volontà degli dèi attraverso i segni (fulmini, tuoni, volo degli uccelli, presagi funesti, interiora degli animali, ecc.); questa interpretazione o divinazione del futuro era chiamata “auguri/auspici” e consisteva nell’approvazione o disapprovazione degli dei rispetto alla decisione di fare un qualcosa (nell’ambito pubblico o in quello privato, sia in pace che in guerra), un consiglio a cui occorreva comunque sottomettersi per evitare la loro ira.
Gli “àugures possedevano, quale forma distintiva della loro funzione sacerdotale, un bastone ricurvo a forma di punto interrogativo (il lituo dal latino litàre = offrire sacrifici agli dei per ottenere auspici favorevoli).

martedì 25 dicembre 2018

IL “SENSO” DEGLI AUGURI.

Il Natale e la Fine dell’anno sono l’occasione tradizionale per scambiarsi gli auguri. Recentemente mi è capitato di leggere il “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere” (un breve racconto scritto nel 1832, ambientato per strada, in una città anonima), in cui Leopardi sostiene che “nessuno vorrebbe rinascere” se la condizione fosse di “riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male”, perché “ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene”. Alla fine il passeggere giunge alla conclusione che la felicità consiste nell’attesa di qualcosa che non si conosce, nella speranza di un futuro diverso e migliore del passato e del presente: “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura”.